Mariana traduzioneButtitta

Um povo  

coloque-o na cadeia

dispa-o

tape-lhe a boca

ainda é livre.

Leve seu trabalho

o passaporte

a mesa onde come

a cama onde dorme

ainda é rico.

Um povo

torna-se pobre e servo

quando é roubada sua língua

recebida dos pais:

está perdido para sempre.

Torna-se pobre e servo

quando as palavras não

são mais palavras

e devoram-se entre si.

Recordo-me agora,

enquanto afino o violão

do dialeto

que perde uma corda

a cada dia.

Enquanto conserto

a tela comida por traças  è [carcomida : Andrea] ?

que nossos antepassados teceram

com lã de ovelhas

sicilianas.

E sou pobre:

tenho dinheiro

mas não posso gastar;

jóias

e não as posso presentear ;

o canto

na gaiola

com as asas cortadas.

Um pobre

que é amamentado de

seios secos

da mãe adotiva,

que o chama filho por zombaria.

Tínhamos nossa mãe

e nos roubaram;

tinha seios

fartos de leite

e todos beberam dele

agora cospem.

Nos restou sua voz,

a cadência,

a nota baixa

do som e do lamento:

isto não nos podem roubar.

Não nos podem roubar,

e continuamos pobres e órfãos.

la poesia di Ignazio Puttitta

Lingua e dialettu

Un populu
mittitilu a catina
spughiatilu
attuppatici a vucca
è ancora libiru.
 
Livatici u travagghiu
u passaportu
a tavula unnu mancia
u lettu unnu dormi,
è ancora riccu.
 
Un populu
diventa poviru e servu
quannu ci arrubbanu a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.
 
Diventa poviru e servu
quannu i paroli non figghianu paroli
e si mancianu tra d'iddi.
Mi nn'addugnu ora,
mentri accordu la chitarra du dialettu
ca perdi na corda lu jornu.
 
Mentre arripezzu
a tila camuluta
ca tissiru i nostri avi
cu lana di pecuri siciliani.
 
E sugnu poviru:
haiu i dinari
e non li pozzu spènniri;
i giuelli
e non li pozzu rigalari;
u cantu
nta gaggia
cu l'ali tagghiati.
 
Un poviru
c'addatta nte minni strippi
da matri putativa,
chi u chiama figghiu
pi nciuria.
 
Nuàtri l'avevamu a matri,
nni l'arrubbaru;
aveva i minni a funtana di latti
e ci vìppiru tutti,
ora ci sputanu.
 
Nni ristò a vuci d'idda,
a cadenza,
a nota vascia
du sonu e du lamentu:
chissi non nni ponnu rubari.
 
Non nni ponnu rubari,
ma ristamu poviri
e orfani u stissu.
                                          Ignazio Buttitta
Lingua e dialetto
Un popolo
mettetelo in catene
spogliatelo
tappategli la bocca
è ancora libero.
 
Levategli il lavoro
il passaporto
la tavola dove mangia
il letto dove dorme,
è ancora ricco.
 
Un popolo
diventa povero e servo
quando gli rubano la lingua
ricevuta dai padri:
è perso per sempre.
 
Diventa povero e servo
quando le parole non figliano parole
e si mangiano tra di loro.
Me ne accorgo ora,
mentre accordo la chitarra del dialetto
che perde una corda al giorno.
 
Mentre rappezzo
la tela tarmata
che tesserono i nostri avi
con lana di pecore siciliane.
 
E sono povero:
ho i danari
e non li posso spendere;
i gioielli
e non li posso regalare;
il canto
nella gabbia
con le ali tagliate.
 
Un povero
che allatta dalle mammelle aride
della madre putativa,
che lo chiama figlio
per scherno.
 
Noialtri l'avevamo, la madre,
ce la rubarono;
aveva le mammelle a fontana di latte
e ci bevvero tutti,
ora ci sputano.
 
Ci restò la voce di lei,
la cadenza,
la nota bassa
del suono e del lamento:
queste non ce le possono rubare.
 
Non ce le possono rubare,
ma restiamo poveri
e orfani lo stesso.
 
  

“Itaglia[i]”/ Italia: Un paese centrifugo e “litigioso”.

Itaglia[i]”/ Italia: Un paese centrifugo e “litigioso”.

Relazione di Mariana Braga, lezione Fundital del 23-3-2011

Possiamo dire che l’Italia è un paese, la cui tradizione è di carattere centrifugo. Si può aggiungere che lo stereotipo più usato per definire la convivenza italiana è quello della litigiosità, della rivolta contro il controllo centrale, quella della critica permanente al governo… Effettivamente, l´insieme di culture, tradizioni, etnie, lingue e dialetti diversi che vi convivono (negli “ultimi” duemila anni), creano occasioni per dei conflitti, che sono in un certo senso naturali (la diversità di opinione), ma che nel passato (in Sicilia, con il movimento separatista) e nell´attualità (con una politica della Lega Nord apertamente contraria all´integrazione e che difende un forte razzismo nei confronti degli immigrati) continua ad alimentare problematiche anche drammatiche: difesa in passato delle armi per difendere la seccessione al Nord.

Si può dire che l’unificazione, di cui si celebrano i 150 anni nel 2011,  mostra i segnali del suo logoramento (quasi un disastro). Le città italiane convivono male con la situazione dell´ unificazione. Inoltre, ci sono molte città in cui un numero consistente dei cittadini è a favore del separatismo: il processo di unificazione è certamente difettoso!

L’Italia è nata come nazione, a partire da una tradizione culturale e da una lingua, prima di divenire uno stato. I monumenti architettonici erano già imponenti (nel 1300-1500), le chiese erano già magnifiche, l’architettura grandiosa, c’erano autori poderosi come Dante, Boccaccio, Petrarca e grandi pittori, scultori e architetti.

Perché il sistema capitalista comincia il suo cammino nella penisola italiana con le prime città (Venezia, Milano, Roma, Napoli, e sopratutto Firenze)? Si può fare la seguente ipotesi: L´impero romano ha lasciato come eredità un enorme patrimonio tecnologico e, allo stesso tempo, c´era un sistema di comunicazioni formidabili. Su questa base, le città italiane (alcune difese dall´ ”estero”, cioè dall´impero bizantino o da altre potenze) godevano di particolare libertà (rispetto alle città francesi o tedesche o inglesi), avendo per di più una ricchezza smisurata in tecnologia da utilizzare (mezzi di comunicazione, monete, ecc.). Perché c´era stata una crisi e una dissoluzione dell´impero romano? Il costo dell’amministrazione dell´impero era diventato impraticabile: percentuali che rimanevamnno ai governi provinciali, ai proconsoli, agli amminustratori, per cui non era più possibile un governo centrale. Quando l’impero romano è crollato, la penisola è divenuta preda di ambizioni esterne (altri barbari oltre a i Goti, i Longobardi, i Normanni, i Bizantini) e, allo stesso tempo, si accende una rivalità fra le città della penisola per l´amministrazione del potere centrale.

L’impero romano aveva sviluppato una enorme rete tecnologica e lascia in eredità questa conoscenza a tutte le città conquistate, ma in particolare alle città della penisola italiana. Il primitivo capitalismo nasce quindi su questo terreno favorevole, e sviluppa ben presto uno strumento fondamentale e semplice: la lettera di credito che, insieme alla conoscenza tecnologica dava un formidabile impulso alle città ex romane e ora medievali.

L’economia medievale era basata sullo scambio di oro (residuo dell´epoca della fioritura dell´impero) con le  spezie dai mercati orientali. Con l’esaurimento dell’oro, i mercanti e gli avventurieri (i  navigatori) avevano la necessità di cercarlo in altre regioni. Naturalmente, la situazione per quanto riguardava la sicurezza, dopo il crollo dell´impero, era divenuta critica (banditi, pirati). Erano costanti gli attacchi dei “barbari” (sebbene per es. nel Decameron, si parla di navigatori italiani che, sorpresi dai pirati, a loro volta sono diventati pirati, senza nessun problema “morale”).

L’Italia del 1861 è completamente diversa dell’Italia da quella del ´300: è più povera, è un ´Italia analfabeta e sostanzialmente sottosviluppata.


[i] In “La tenzone” del 1948  Emilio Villa, poeta straordinario, espressionista e avanguardista (1916-2003) scrive: “Itaglia squaldrana, m´han fututo, te sculacia!/ uarda el tuo ducio che s´impizza da piedi sul travone”. In VILLA, Emilio, Opere I.,1989, p 164

Si tratta dell´immagine del duce del fascismo, impiccato per i piedi nel 1945. L´Italia si stava riprendendo da 20 anni di fascismo e dalla Guerra Mondiale.

Carlo Emilio GADDA sul dialetto

GADDA, Carlo Emilio. “Il terrore del dáttlo” in GADDA, C.E. Opere,  Vol. III Milano: Garzanti, 1991, p.  515-521

«1l nostro dialetto, nei cordiali e schietti suoni del quale si palesa tanta parte della nostra índole più sincera che insi­nuante, porta impresse le vestigia della nostra istoria: le origi­ni celtiche si manifestano indelebilmente nei suoni: le romane nel dizionario: qualche solco, lasciato dalla infeconda età longobardica, a gran pena si discerne: mentre vi giaciono (sic) inesplorate ancora le tracce di qualche cosa che fu piu antico e piú nativo dei romani e forse dei celti». E il Cattaneo, nella sua mirabile sinossi Lombardia antica e moderna. Piú sincera che insinuante, cioê piü tesa a un’ affermazione veridica e ma­gari all’ atto risolutore e al contrasto pragmatico, che non invi­luppata nei sofismi della suasione capziosa. Quanto alla com­ponente longobardica, essa e stata certamente infeconda per . cio che riguarda illessico in senso stretto: il dialetto lombardo poggia su un fondo semantico prettamente latino (neolatino) e i temi e i vocaboli di origine germanica o altra vi cadono in mi­nor numero che nella língua. Non infecondi, invece, il sangue e la discendenza longobarda, la mens germanica, affiorante nell’ attitudine espressiva: per cui le labbra paiono spiccare l’e­nunciato da una commozione logica nativa, portata original­mente nel sangue, più che dai paralogismi venuti o dalle scuo­le o daI foro, tolti comunque a prestito da una fluenza verbale momentaneamente obblígativa.

La componente longobardica e  percepibile, a volte, nella «qualità » e nella forma del conoscere, del dire, dell’agire: in quel senso continuamente reprobante-probante che ha 1’aria di respingere le argomentazioni stoltissime del propretore o del proconsole e di risarcirsi della frode, o consolare o preto­ria, nei baleni illuminatori di un ciclo eterno (longobardo): in che senso che giudica l’ azione dal fine, che saggia indi all’ azione e commisura ad essa il valore dell’idea dacché soltanto l’idea e valida in quanto elabori pragmaticamente una realtà, tramutandone il dispositivo dalla fase C alIa fase D. Quel sen­so, dunque, per cui al milanese e meno facile che al toscano e all’italico il referto o racconto puro, il «racontar » che non sia intriso nel giudizio e nel sentimento di chi riferisce, di chi narra, che non si incorpori in un sistema etico vigente nelIa di­scendenza e nel sangue. L’idea teorica pura, quella che si col­loca al di là del dolore e della storia, scevra d’un fine applicati­vo, si direbbe estranea e quasi acerba al costume, piú che all’indole, della generalità dei lombardi, quali almeno ci appaio­no in uno scorcio della fuggitiva eternità, il presente e incom­bente, ove i decreti del Padre ci hanno scaraventato a soffiar l’ anima. E non chiamo idee teoriche (pure) i convulsivi mate­mi che discendono anche in recipienti lombardi dalle discipli­ne regolamentari o comunque inevitabili, come quelIe che pre­dispongono a lauree, diplomi, e simili. Alludo alI’intrinseca disposizione della mia gente, nel suo aspetto attuale. Codeste affermative genericizzanti sono poi da accogliersi con riserva di casi e di meravigliose eccezioni, e dunque di probabilità confortatrici.

I Longobardi, allo spiccarsi dalle lor sedi e stanze, non era­no forse Ia me no rude di tutte le schiatte germaniche: (Svevi, Sàssoni, Franchi avevano forse meglio panni da vestire e me­glio ragioni da raccontare).

La lotta per il trasferimento e la conquista non li ingentilì, Accettarono di poi a poco a poco e i costumi e la parlata dei vinti, adeguarono all’ acclimatazione física l’ acclimatazione linguistica. Ma la fara seguitò a ragionare da par sua, ottenen­do all’ anima «lomnbarda» e all’onesto volger d’occhi di Sordello 10 il motivato elogio di Dante, che non ama peraltro il Viscon­te (Galeazzo figlio di Matteo) e si adontò delle resistenze mi­lanesi al diletto Barbarossa. A codesta pittura dantesca, al tar­do volger d’occhi del trovatore di Góito, e riferibile certo aspetto grave e pensoso di alcuni maturi esemplari della gente di Alboino, di Teodolinda e di Rõtari. Quella movibilità dar­deggiata degli occhietti lustri, cosi propria alle bertucce incu­riosite da un nonnulla, si direbbe ignota in atto e in potenza a chi estrae da sé il suo pensiero e ha un poco in uggia i dialettici, i saltimbanchi e i sofísti. Il consensus gentium non e indi­spensabile al pilastro: che sta in piedi da solo. Tanto meno agli armati che si sono aperti una via tra le genti, a nuovi monti vedere, nuove schiere affrontare, a prendere nuove terre e se­di, nuovo ridente paese:

… Quei forti che tengono i1 campo,

Che ai vostri tiranni precludono  scampo,

Son giunti da lunge, per aspri sentier …

……………………………………………………..

A torme, di terra passarono in terra

Cantando giulive canzoni di guerra …

(Possiamo riferire ai Longobardi queste note che il poeta dedica ai Franchi.) Vero è, d’altro lato, che il conio de’ vec­chioni gravi e silenti (in cui Ia nostra semplicità smaniosa di venerare gli archetipi riesce a scorgere dei profeti imbambola­ti per eccesso di consapevolezza) e un po’ di tutti i popoli, di tutte le schiatte, anche delle più garrule e avvocatesche, e per­fino di certi branchi di piche. La lunga barba e l’ occhio pacato del nonagenario non sono una prerogativa lombarda.

Quanto alla tonalità celtica del dialetto milanese, il Catta­neo non poteva essere piü acuto, più felicemente accorto. L’e­rosione patita all’incontro della nasalità gallica dal chiaro e so­noro cioè eminentemente vocàlico vocabolo di origine latina, la contrazione del dittongo e, più, del gruppo bisillabico (cô da caput), l’ accento sintattico enfatizzante riversato in chiu­sura di frase, il ripudio della clausola  dattilica (dôcílém), Ia predilezione per Ia clausola  giàmbica e per l’ anapestica (mã vã! mí me fâl) sono altrettante manifestazioni di quell’ anda­mento prevalentemente ossitono vale a dire sincopato del to­no espressivo, di che ci viene fatto dagli italici, consorziati nella tutela della comune lor favella, così giusto e amichevole addebito. La nasalizzazione milanese e oggi ben distinguibile dalla francese, ma le si apparenta in misura manifesta: dal francese marmiton (sguattero) al milanese marmotôn (infin­gardo, pigrone, ciccione melenso) corre fuor d’ogni dubbio un divario, un «divario di parentela» tuttavia, quello che nella storia biologica, per organi o tessuti di comune origine che si sono poi separati e distinti nella funzione, si suol chiamare divergenza. I1 francese è squillante nell’appoggio vocalico e serba o aperta, con una enne assai arretrata nelle canne, che a mo­menti scivola nel retrobocca: il milanese emette un o molto piu stretto, un o quasi u, e l’ enne gli gocciola giú dalle narici ime, parto esclusivo del naso: marmotün. Dobbiamo aggiun­gere che il dialetto milanese tende, meglio, potrebbe tendere, e in ciò opera per aferesi e apócope, al limite del monosillabo: ossia ad accentrare la carica fonica e semàntica della parola (di origine latina) in una vocale unica, la vocale accentata, sme­morandosi, quasi, delle rimanenti: lasciandole cadere come superflue: simile al francese e in qualche caso all’inglese (verbi monosillabici) ,

E implicito, forse, in codesto atteggiamento, un calcolo di natura economica: risparmiare tempo, risparmiare saliva: il calcolo e inconscio o inavvertito nel dialetto: e consapevoIe quando il francese arriverà a dire métro, accu, bus, taxi per métropolitain, accumulateur, autobus, taxi-mêtre.

I1 milanese potrebbe tendere al limite del monosillabo. Le eccezioni, ovvero gli esempi in contrasto, sono tuttavia nume­rosi, frequenti. Basterebbero quei versi così «italiani» del Porta: «italiani» cioe con prevalenze dattilico-spondaiche pur nelle strette del senario giàmbico, ove il tono sincopato riap­pare per altro negli alterni:

                                                    L’eva la Lilla ona cagna maltesa               

                                                    italico

                                                    Tüta pél, tüta goss e tüta lard:                  

                                                    lombardo

                                                    E in ca’ Travasa, dopo la marches a, italico

                                                   L’ eva la bestia de magior reguard:           

                                                   lombardo

 

 

Monosillabico lo  stupendo settenario de La chiamata del diavolo (EI striozz, di CarIo Porta):

La ghe fa sü sett pett.

Della tendenza al monosillabo, dell’andamento ossitono cioè sincopato del discorso, le frasi: «quan’ pioeuv got’ i tecc», «gh’ô de scapà a cà», «desvèrges on pô de per tì », «eh, mì me fa se lü el gh’à ditt te set indrée on car de rèf », «sentel ancarnõ adêss che l’ê drée a sternudà», «e ti daghen on tàj de marmognà», «lü l’e püssée crapôn de tl, car’ el me fioeu», «el primm porscêll l’ê lü» (un verso di Delío Tessa), «lü l’ha finìi i danée e lée la gh’à ditt ciao bell», possono venir citate ad esempio: e l’altra pure: «lée che la vaga avanti drizz ancarnõ on tochêll», in forma cruschevole: «lei che vaghi avanti drizzo ancamõ un tochello». E appoggiano ancora la nostra afferma­zione gli intercalari squisiti (e predominanti): «soja mì!» (che ne so io) accompagnato da levata di spalle, «mi me fa!» (che me ne importa) accompagnato idem idem, e il cara-ti (cara-te, indeclinabile, buono anche per il maschio, cioè), mentre che l’interiezione «ciosca! », interiezione-starnuto, ha un che di elevato e di raro, in quanto parossitona con a debole: essa in­tercorre talvolta a significare meraviglia, equivale tal’ altra un «beninteso! » (bien entendu, selbstverstãndlich).

Ai dialetti lombardi, al milanese in ispecie, paiono essere ri­masti ignoti, anche lessicalmente, paiono essere «sfuggiti» i nomi e gli aggettivi trisillabi proparossitoni della língua latina, da cui pure esso dialetto discende con i viciniori e coevi. E ciò per una sorta di invincibile genio, di persistente reluttanza dell’animo e dell’os barbarico (gallico, indi forse longobardo) a conformarsi con la dizione dei vincitori latini, e piu tardi dei vinti (gallo-romani). Vergine, labile, docile, simile, duttile, fragile e cosí pure vortice, codice, calice, pollice, rettile, pugi­le si sarebbero cercate invano in un ideale vocabolario del dia­letto. Oggi a caso vi si ritrovano, in quanto il dialetto cittadi­no ha patito nel settantennio e nelle accessioni pubbliche, una mutazione profonda, riuscendo ad essere un sempre piu pede­stre e slavato e generico italiano ritradotto. La rozza, ingenua, e magari divertitamente balorda, fraseologia d’un tempo che non torna e andata a poco a poco smarrendosi nel tumulto dei segni rinnovati e importati, come il fil d’acqua dello uèbi nel­l’ ardore delle sabbie sòmale, o sirtiche. Altri modi e forme e disposizioni conoscitive sono potuti insorgere, nuovi atteggia­menti gergali per nuove occorrenze espressive: la rivoluzione meccanica: una precipitosa trasformazione del costume: il pandemonio della stoltezza smargiassa: la verbosità epimetei­ca nel mare delle sciagure.

Per riprendere il filo del ragionamento, ancora quand’io ero ragazzo sarebbe riuscito poco probabile far dire, a un contadi­no della campagna milanese: «E difficiIe rimuovere quella la­pide ». li poveraccio sarebbe rovinato al suolo come corpo morto, fulminato da trombosi. O avrebbe scansato la trombo­si aggirando i tre inespugnabili dàttili con una schiera di ana­pesti-giarnbi: «A l’e on brütt mestée de trapanà scià quel sass». «Come sei pallido!» si diceva, «come te se smort! »: «impallidire», «vegnì smort ». Oggi, forse, potrete udire: «co­me te se pàlit ». L’ aggettivo «facile », veniva espresso per lo  più con la modulazione perifrastica: «a l’ê sübet fàa» (contado milanese): l’aggettivo «difficile» con l’altra, non meno circon­locutoria: «a l’ê on catif fà », «e un cattivo fare ».

Un garzone dell’impresa Garbagnati e Pirovano vedendo piazzato e oramai fermo, dopo oscillazioni paurose, un altissi­mo traliccio (una mezza torre Eiffel) che eravamo riusciti a sollevare e ad erigere col sussidio solo d’una capra, d’un pa­ranco, e di tre o quattro «venti», mi bisbigliõ pensosamente ad orecchio: «gh’ê ‘ndàa post i oss»: frase dialettale, certa­mente, e pure apprezzabile da tutti i maestri del dire che im­píegano otto pagine per non dir nulla.

Reluttanza al dàttilo. Noi udiamo invece il toscano serbare con amico animo e cogliere agevolmente le sdrucciole, teso­reggiarle nella glottide, liberarle serenamente all’àere quando opportunità ne richieda: opportunítà … cioè un finissimo sen­so musicale, nella dizione spontanea. Il toscano non le disde­gna, anzi a tutt’oggi ne crea, e ne immette via via di nuove neI magma fonetico, allorché gli sembra che la lega (o impasto, o misceIa) deI discorso, fatto di tronche-piane-sdrucciole vada troppo impoverendosi di codeste ultime o delle «figure proso­diche» che le contengono. Egli dirà pertanto o preferirà dire mutolo, ràgnolo, formicola, conígliolo, e accanto a macro e magro userà màghero il popolino: e storcerà verso un fittizio neutro plurale di terza declinazione latina i sostantivi di se­conda, foggíando sui modelli còrpora e tmpora del calendario liturgico gli erronei e tuttavia deliziosi pràtora, càmpora e luó­gora, antico lòcora: per prata, campos, locos.

Si e accennato ad una disconformazione dell’os barbarico (gallico) neI confronto con l’esito latino deI vocabolo. Non e escluso che Ia causa o almeno la motivazione di una generale riluttanza al dàttilo, di un endemico «terrore deI dàttilo » o «ribrezzo deI dàttilo», abbia radiei piü profonde, abbarbicate alla zona psicologica della persona, della gente, anziché alla sola zona glottologica. Il barbaro, venuto o costretto al para­gone con la favella romana (oggi con la fiorentina), al riscon­trare l’impossibilità della imitazione esatta, deI rifaeimento immediato (fonetico, lessicale, sintattico) di codesta favella, «entra» in uno stato di rivendicazione della propria entità e libertà (etnica e linguística): si domanda, in altri termini, per­ché Ia favella di Roma debba essergli imposta, perché gli dei o l’Eterno Giove abbiano concesso codesto privilegio agli uomi­ni pallidi che hanno trasgredito oggi il Po, che hanno testé de­dotto colonie latini nominis a Cremona e poi a Lodi, che han­no, per decreto di uno strabico, conceduto o conferito il dirit­to latino dei tributi, della coscrizione obbligativa, delle leggi alle vecchie stirpi confederate dei galli insubri dai bargigli scarlattí, dalla lunga persona dinocchiata, daí capelli rossi, dal naso di cane. A quelle stirpi le cui urla avevano riso nato al­l’Allia all’assalto, e si erano spente a Telamone, a Casteggío e al Metauro. E probabile che le sdrucciole trisillabe degli accu­sativi militari latini si ano state udite le prime volte a Telamo­ne e a Casteggio e al Metauro, al Chiese, nella polvere e neI tumulto feroce della battaglia, o nella primavera del 222 ad Acerrae, a Mila­no: militem, consulem, ordinem, cardinem: che allo sgomento della occupazione militare e alla consegna delle intextae (i li­beri vessilli della clamorosa libertà) si sia unito per sempre l’ orrore di un comando dattilico, impartito nel silenzio da chi era solitamente muto alla testa della muta legione. Questo che oggi qualunque cicaletta chiamerebbe «il complesso celtico di inferiorità» nel confronto con la parlata e con la prevalenza la­tina, e stato forse il motivo segreto e remoto di un recuperarsi delle tonalità galliche, delle cadenze ossitone, dentro la citta­della inespugnata del linguaggio: di un linguaggio di popolo. Il contenuto semantico della parola e del discorso ha dovuto di­sciplinarsi a un’osservanza collettiva e pubblica, ufficiale e curúle, Il tono, l’ímpeto, il flatus e rimasto libero patrimonio dei liberi.

«Ml voeuri pensà con Ia mia testa». « Mí son vün che biso­gna lassà bül in deI sõ broeud». «I me danée me piasen a mì ».

Il problema della lingua 14 marzo 2011 Jéssica e Mariana

Jéssica cassemiro Muniz dos Santos 14/03/2011

 Il problema della lingua

La questione della lingua è decisiva nella storia italiana e  si può dire anche che la storia italiana è strettamente legata ad eventi linguistici e culturali (come per tutti i paesi, ma in maniera più accentuata).

Prima dell’unificazione, il territorio che oggi si chiama Italia  (la penisola italiana) era diviso in diverse regioni. In ogni regione si parlava un dialetto[i] diverso. Nel 1861 l’Italia è stata unificata e immediatamente è stato imposto l’italiano come lingua ufficiale. Finalmente, la dittatura fascista (1922 – 1943), há voluto influire sull´uso del dialetto (proibendo il tu e istituendo il voi, inoltre proibendo Le parole straniere).

Ci sono due stereotipi che hanno favorito la scelta della Lingua Italiana come lingua ufficiale: uno è Dante Alighieri in quanto padre della lingua ed il secondo è che la Lingua Italiana ha come base il fiorentino, il dialetto di Firenze. In realtà, come tutti gli stereotipi, contiene una parte autentica e uma parte eccessiva. Dante è stato lo scrittore che com mezzi potenti (linguistici, poetici, culturali) ha messo insieme um impasto di lingue, la cui base era il Fiorentino, ma che utilizzava molti elementi (lessicali, grammaticali) di altre lingue regionali o dialetti della sua epoca. É effettivamente um padre della língua, Ed há nella cultura italiana um po´ questa funzione quase psicanalítica. Il fiorentino è effettivamente la base della nuova língua italiana, scelta nel 1861, ma all´epoca di questa scelta, la língua “nazionale” differiva abbastanza dal Fiorentino, che era divenuto um “dialetto”.

Nel 1300 circa, Firenze era la città più importante, si può dire (esagerando un  po´) la capitale del mondo (cioè almeno d´Europa) perchè aveva le manifatture più avanzate (rpdoduzione pré industriale). Le prime banche sono nate lì, l’architettura era molto sviluppata, l’arte era avanzata (Giotto già antecipava la prospettiva), inoltre si puó dire che la vita a Firenze in questo periodo è molto simile al mondo contemporâneo o comunque molto meno lontana dalle nostre abitudini, daí nostri gusti, dalla nostra percezione. Come esempio abbiamo l’opera maggior di Boccaccio, il Decameron, dedicato alle donne (non più alle muse), con la presenza di temi erotici, ma anche di temi culturali molto rilevanti (la convivenza delle varie religioni) , la questione del commercio, i viaggi e le avventure….

Ci sono due condizioni che permettono uma maggiore diffusione della creazione artística (pittura, scultura, musica, architettura): la tradizione artistica e la circolazione del denaro per finanziare l’arte.


[i] Dialetto: uma struttura linguistica complessa, com grammatica, lessico e ortografia che non possiede molta letteratura e non è riconosciuta da uno  stato.

Idioma proprio di una determinata comunità, caratterizzato dall’ambito geografico relativamente ristretto, dall’uso perlopiù orale e da particolari funzioni comunicative (può anche essere adottato in espressioni letterarie raffinate). Tale caratterizzazione risulta evidente dal confronto con la cosiddetta “lingua” o “lingua nazionale”, proveniente dalla stessa famiglia, ma assurta storicamente a un ruolo più esteso e complesso, anche istituzionale (è il caso dei dialetti italiani rispetto alla lingua italiana) http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/D/dialetto.shtml

Una valutazione e lettura di Machiavelli? Maria 11 giugno

Lett. II 11 giugno Maria  

Punctum  di Roland Barthes

 Un dettaglio viene a sconvolgere tutta la mia lettura;

 è un mutamento vivo del mio interesse, una folgorazione.

A causa dell’impronta di qualcosa, la foto non è più una foto qualunque.

Questo qualcosa ha fatto tilt, mi ha trasmesso una leggera vibrazione

 

Roland Barthes

La camera chiara

 

Per aiutarci nei lavori (scheda su La novella del Grasso e una scheda su Machivaelli e una monografia finale)

La traduzione de La Novella del grasso sta in fotocopia. La traduzione del Principe si puó acquistarla con facilità. Lo stesso de La Mandragola

Nell’esaminare un´immagine è importante arrivare a un “punctum” (Barthes), grosso modo un punto di vista poersonale, arbitrario ma creativo.

Roland Barthes in modo molto semplice e chiaro ci spiega quale può essere il nostro atteggiamento difronte ad un’immagine fotografica (ma la stessa cosa vale anche per altri testi visivi). Possiamolasciarci rapire da un particolare dell’immagine (per esempio dagli orecchini della modella) e in modo irrazionale e spontaneo proviamo per esso un forte senso di attrazione, che imprigiona la percezione al punto che percepiamo il resto come particolari secondari se non addirittura insignificanti. Questo tipo di fruizione del testo visivo (nel nostro caso la fotografia) viene chiamato da Barthes PUNCTUM (ossia quella cosa che punge, che stuzzica, che attrae e non si sa neanche il perché). Ma da una prima fruizione istintiva possiamo traslare su un piano analitico, razionale, che con logica e metodo osserva vari particolari uno per volta e poi in relazione tra loro.

                    http://www.joetex.it/pdf/02_21_00_fotografia.pdf

punctum: “Quella fatalità in quale essa mi punge” queste le parole di Barthes per definire il punctum. Detto più concretamente è quel particolare della fotografia che mi rende tale foto diversa dalle altre. Il punctum “fa godere lo spettatore” http://sietesolovoi.blogspot.com/

 Dobbiamo cogliere un punto nostro. La descrizione obiettiva di una immagine non esiste, perchè tutto è un problema di scelta. Per il testo letterario, vale sostanzialmente la stessa cosa. Non possiamo mostrare l´oggetto, ma soltanto il nostro rapporto con esso.

 Andrea aggiunge: punctum è una fessura che nel testo permette di scardinare il testo.

 Cristina aggiunge: Ogni lettore è un testo (ossia: ogni lettore mette in moto il testo, è il suo motore).

 L’importanza del ” Principe”, di Machiavelli . I punti che verranno dati sono sostanzialmente soggettivi (il punctum di Andrea!)

1- fondazione della scienza politica moderna

2- Il libro (1513) sorge fra due crisi: il94 (invasione di Carlo VIII di Francia ) e  il 1527 (invasione di Carlo V – di Spagna)

Un  interessante articolo: http://www.griseldaonline.it/formazione/02guerra.htm Marta Guerra
Il sangue e il nemico: rappresentazioni del conflitto nel cinquecento

3- la frase ” i fine giustifica i mezzi” è erroneamente attribuita a Machiavelli , ma in sostanza, esprime la visione del  suo testo.

4- Machiavelli  come bandiera di Antonio Gransci (dirigente del partito comunista), il mito dell’unificazione italiana.

5- Due concetti fondamentali nel testo del Principe: virtù e fortuna.

Andrea difende la tese che Machiavelli  ha suggerito  un´unione fra tutte le città italiane con la monarchia francese contro Venezia. Si tratta di una scelta probabilmente fallimentare e negativa, poiché da questo non puó mnascere uun´ipotetica unità “italiana”

Machiavelli  accusa Dante di non ammetere che la lingua fiorentina è la più forte.

Come si vede dal testo “Il rapporto fra virtù e fortuna” di Diego Fusaro http://www.filosofico.net/index007.htm#n34, la virtù é il cuneo che scardina lavecchia concezione medievale, di una dipendenza dalla rpovvidenza divina o comunque da un ente e Istituzione esterni. Virtù è coraggio, iniziativa, azione è quell´essere umano, quell´umanità alla conquista del mondo che rappresenta l´Europa dell´epoca. Fortuna, invece, è il retaggio del passato, è qualcosa che sopravvive di condizionamento, di rèmora, di impedimento. Non è un caso, comunque, che il termine fortuna sia anche un concetto classico. Machiavelçli, dunque, vuole superare i condizionamenti delle istituzioni terrene e, in primo luogo, della Chiesa. Ai rappresentanti dele città rinascimentali che negli ultimi cento o duecento anni avevano saputo espandersi così in fretta e in maniera poderosa, era essenziale l´elaborazione di una visione del mondo, una dottria, un´ideologia che permettesse loro dimuoversi con agilità e… senza grandi scrupoli (morali, religiosi, filosofici).

Una Risposta

L´insieme degli eventi legati alla settimana della lingua (l´inaugurazione della settimana il 19 ottobre all´Istituto italiano di cultura, il concerto “Dolce Peccato”, all´auditorio G1 il 21 (mercoledì) alle 11, la presentazione dei quattro scrittori dell´Oplepo a Lettere (il 28 alle 11) e, finalmente, il laboratorio di scrittura creativa Oulipiana, il 29 al Centro di tecnologia hanno portato un vento nuovo, di agitazione e motivazione.

Abbiamo avuto come importante e insostituibile partner l´Istituto Italiano di Cultura con il suo direttore Rubens Piovano. Abbiamo ricevuto dall´Istituto ben quattro borse gratuite, per la frequenza a una parte del corso d´italiano presso l´Istituto.

I vincitori sono stati:

19/10 Mariana Scalon Nolasco Gonçalves, della UERJ

 21/10 Luiz Augusto G. Terra ( UFRJ, italiano I)

28/10 Evandro Albino de Souza (UFRJ, italiano I)

 29/10 Maria Lucilene Moreira Alves (UFRJ, Pós-Graduação)

 Gli interessati dovranno prendere contatto con il direttore dell´Istituto Italiano di Cultura, Prof. Rubens Piovano.

Per quanto riguarda la presentazione dell´OULIPO/ OPLEPO, per coloro che sono interessati, possiamo organizzare una discussione. L´aspetto ludico e matematico è implicito nella letteratura. Non per caso, in tutte le lingue, il RAC – conto (in portoghese conto, in tedesco Er Zäh lung) mette al centro il contare, il numero. Probabilmente perché lettera e numero, come dicono i linguisti e gli antropologhi, hanno la stessa data di nascita, cioè il neolitico e in particolare la rivoluzione neolitica, che ha portato alla costruzione delle città , all´urbanizzazione. Ho sollevtu un dubio (o un´obiezione): che usare la numerologia, senza implicare (senza coinvolgere) la mistica della tradizione numerologica toglie qualcosa a questa tradizione. Non si tratta di una semplice informazione, ma di una specie di “anima” del problema. Cioè la sua coscienza: la coscienza del linguaggio scritto, la sua memoria e la sua storia (che sono elementi indipendenti). Ma è un tema veramente interessante, che cercherò di trattare (almeno nelle mie lezioni di post laurea!)

Andrea