GADDA, Carlo Emilio. “Il terrore del dáttlo” in GADDA, C.E. Opere, Vol. III Milano: Garzanti, 1991, p. 515-521
«1l nostro dialetto, nei cordiali e schietti suoni del quale si palesa tanta parte della nostra índole più sincera che insinuante, porta impresse le vestigia della nostra istoria: le origini celtiche si manifestano indelebilmente nei suoni: le romane nel dizionario: qualche solco, lasciato dalla infeconda età longobardica, a gran pena si discerne: mentre vi giaciono (sic) inesplorate ancora le tracce di qualche cosa che fu piu antico e piú nativo dei romani e forse dei celti». E il Cattaneo, nella sua mirabile sinossi Lombardia antica e moderna. Piú sincera che insinuante, cioê piü tesa a un’ affermazione veridica e magari all’ atto risolutore e al contrasto pragmatico, che non inviluppata nei sofismi della suasione capziosa. Quanto alla componente longobardica, essa e stata certamente infeconda per . cio che riguarda illessico in senso stretto: il dialetto lombardo poggia su un fondo semantico prettamente latino (neolatino) e i temi e i vocaboli di origine germanica o altra vi cadono in minor numero che nella língua. Non infecondi, invece, il sangue e la discendenza longobarda, la mens germanica, affiorante nell’ attitudine espressiva: per cui le labbra paiono spiccare l’enunciato da una commozione logica nativa, portata originalmente nel sangue, più che dai paralogismi venuti o dalle scuole o daI foro, tolti comunque a prestito da una fluenza verbale momentaneamente obblígativa.
La componente longobardica e percepibile, a volte, nella «qualità » e nella forma del conoscere, del dire, dell’agire: in quel senso continuamente reprobante-probante che ha 1′aria di respingere le argomentazioni stoltissime del propretore o del proconsole e di risarcirsi della frode, o consolare o pretoria, nei baleni illuminatori di un ciclo eterno (longobardo): in che senso che giudica l’ azione dal fine, che saggia indi all’ azione e commisura ad essa il valore dell’idea dacché soltanto l’idea e valida in quanto elabori pragmaticamente una realtà, tramutandone il dispositivo dalla fase C alIa fase D. Quel senso, dunque, per cui al milanese e meno facile che al toscano e all’italico il referto o racconto puro, il «racontar » che non sia intriso nel giudizio e nel sentimento di chi riferisce, di chi narra, che non si incorpori in un sistema etico vigente nelIa discendenza e nel sangue. L’idea teorica pura, quella che si colloca al di là del dolore e della storia, scevra d’un fine applicativo, si direbbe estranea e quasi acerba al costume, piú che all’indole, della generalità dei lombardi, quali almeno ci appaiono in uno scorcio della fuggitiva eternità, il presente e incombente, ove i decreti del Padre ci hanno scaraventato a soffiar l’ anima. E non chiamo idee teoriche (pure) i convulsivi matemi che discendono anche in recipienti lombardi dalle discipline regolamentari o comunque inevitabili, come quelIe che predispongono a lauree, diplomi, e simili. Alludo alI’intrinseca disposizione della mia gente, nel suo aspetto attuale. Codeste affermative genericizzanti sono poi da accogliersi con riserva di casi e di meravigliose eccezioni, e dunque di probabilità confortatrici.
I Longobardi, allo spiccarsi dalle lor sedi e stanze, non erano forse Ia me no rude di tutte le schiatte germaniche: (Svevi, Sàssoni, Franchi avevano forse meglio panni da vestire e meglio ragioni da raccontare).
La lotta per il trasferimento e la conquista non li ingentilì, Accettarono di poi a poco a poco e i costumi e la parlata dei vinti, adeguarono all’ acclimatazione física l’ acclimatazione linguistica. Ma la fara seguitò a ragionare da par sua, ottenendo all’ anima «lomnbarda» e all’onesto volger d’occhi di Sordello 10 il motivato elogio di Dante, che non ama peraltro il Visconte (Galeazzo figlio di Matteo) e si adontò delle resistenze milanesi al diletto Barbarossa. A codesta pittura dantesca, al tardo volger d’occhi del trovatore di Góito, e riferibile certo aspetto grave e pensoso di alcuni maturi esemplari della gente di Alboino, di Teodolinda e di Rõtari. Quella movibilità dardeggiata degli occhietti lustri, cosi propria alle bertucce incuriosite da un nonnulla, si direbbe ignota in atto e in potenza a chi estrae da sé il suo pensiero e ha un poco in uggia i dialettici, i saltimbanchi e i sofísti. Il consensus gentium non e indispensabile al pilastro: che sta in piedi da solo. Tanto meno agli armati che si sono aperti una via tra le genti, a nuovi monti vedere, nuove schiere affrontare, a prendere nuove terre e sedi, nuovo ridente paese:
… Quei forti che tengono i1 campo,
Che ai vostri tiranni precludono scampo,
Son giunti da lunge, per aspri sentier …
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A torme, di terra passarono in terra
Cantando giulive canzoni di guerra …
(Possiamo riferire ai Longobardi queste note che il poeta dedica ai Franchi.) Vero è, d’altro lato, che il conio de’ vecchioni gravi e silenti (in cui Ia nostra semplicità smaniosa di venerare gli archetipi riesce a scorgere dei profeti imbambolati per eccesso di consapevolezza) e un po’ di tutti i popoli, di tutte le schiatte, anche delle più garrule e avvocatesche, e perfino di certi branchi di piche. La lunga barba e l’ occhio pacato del nonagenario non sono una prerogativa lombarda.
Quanto alla tonalità celtica del dialetto milanese, il Cattaneo non poteva essere piü acuto, più felicemente accorto. L’erosione patita all’incontro della nasalità gallica dal chiaro e sonoro cioè eminentemente vocàlico vocabolo di origine latina, la contrazione del dittongo e, più, del gruppo bisillabico (cô da caput), l’ accento sintattico enfatizzante riversato in chiusura di frase, il ripudio della clausola dattilica (dôcílém), Ia predilezione per Ia clausola giàmbica e per l’ anapestica (mã vã! mí me fâl) sono altrettante manifestazioni di quell’ andamento prevalentemente ossitono vale a dire sincopato del tono espressivo, di che ci viene fatto dagli italici, consorziati nella tutela della comune lor favella, così giusto e amichevole addebito. La nasalizzazione milanese e oggi ben distinguibile dalla francese, ma le si apparenta in misura manifesta: dal francese marmiton (sguattero) al milanese marmotôn (infingardo, pigrone, ciccione melenso) corre fuor d’ogni dubbio un divario, un «divario di parentela» tuttavia, quello che nella storia biologica, per organi o tessuti di comune origine che si sono poi separati e distinti nella funzione, si suol chiamare divergenza. I1 francese è squillante nell’appoggio vocalico e serba o aperta, con una enne assai arretrata nelle canne, che a momenti scivola nel retrobocca: il milanese emette un o molto piu stretto, un o quasi u, e l’ enne gli gocciola giú dalle narici ime, parto esclusivo del naso: marmotün. Dobbiamo aggiungere che il dialetto milanese tende, meglio, potrebbe tendere, e in ciò opera per aferesi e apócope, al limite del monosillabo: ossia ad accentrare la carica fonica e semàntica della parola (di origine latina) in una vocale unica, la vocale accentata, smemorandosi, quasi, delle rimanenti: lasciandole cadere come superflue: simile al francese e in qualche caso all’inglese (verbi monosillabici) ,
E implicito, forse, in codesto atteggiamento, un calcolo di natura economica: risparmiare tempo, risparmiare saliva: il calcolo e inconscio o inavvertito nel dialetto: e consapevoIe quando il francese arriverà a dire métro, accu, bus, taxi per métropolitain, accumulateur, autobus, taxi-mêtre.
I1 milanese potrebbe tendere al limite del monosillabo. Le eccezioni, ovvero gli esempi in contrasto, sono tuttavia numerosi, frequenti. Basterebbero quei versi così «italiani» del Porta: «italiani» cioe con prevalenze dattilico-spondaiche pur nelle strette del senario giàmbico, ove il tono sincopato riappare per altro negli alterni:
L’eva la Lilla ona cagna maltesa
italico
Tüta pél, tüta goss e tüta lard:
lombardo
E in ca’ Travasa, dopo la marches a, italico
L’ eva la bestia de magior reguard:
lombardo
Monosillabico lo stupendo settenario de La chiamata del diavolo (EI striozz, di CarIo Porta):
La ghe fa sü sett pett.
Della tendenza al monosillabo, dell’andamento ossitono cioè sincopato del discorso, le frasi: «quan’ pioeuv got’ i tecc», «gh’ô de scapà a cà», «desvèrges on pô de per tì », «eh, mì me fa se lü el gh’à ditt te set indrée on car de rèf », «sentel ancarnõ adêss che l’ê drée a sternudà», «e ti daghen on tàj de marmognà», «lü l’e püssée crapôn de tl, car’ el me fioeu», «el primm porscêll l’ê lü» (un verso di Delío Tessa), «lü l’ha finìi i danée e lée la gh’à ditt ciao bell», possono venir citate ad esempio: e l’altra pure: «lée che la vaga avanti drizz ancarnõ on tochêll», in forma cruschevole: «lei che vaghi avanti drizzo ancamõ un tochello». E appoggiano ancora la nostra affermazione gli intercalari squisiti (e predominanti): «soja mì!» (che ne so io) accompagnato da levata di spalle, «mi me fa!» (che me ne importa) accompagnato idem idem, e il cara-ti (cara-te, indeclinabile, buono anche per il maschio, cioè), mentre che l’interiezione «ciosca! », interiezione-starnuto, ha un che di elevato e di raro, in quanto parossitona con a debole: essa intercorre talvolta a significare meraviglia, equivale tal’ altra un «beninteso! » (bien entendu, selbstverstãndlich).
Ai dialetti lombardi, al milanese in ispecie, paiono essere rimasti ignoti, anche lessicalmente, paiono essere «sfuggiti» i nomi e gli aggettivi trisillabi proparossitoni della língua latina, da cui pure esso dialetto discende con i viciniori e coevi. E ciò per una sorta di invincibile genio, di persistente reluttanza dell’animo e dell’os barbarico (gallico, indi forse longobardo) a conformarsi con la dizione dei vincitori latini, e piu tardi dei vinti (gallo-romani). Vergine, labile, docile, simile, duttile, fragile e cosí pure vortice, codice, calice, pollice, rettile, pugile si sarebbero cercate invano in un ideale vocabolario del dialetto. Oggi a caso vi si ritrovano, in quanto il dialetto cittadino ha patito nel settantennio e nelle accessioni pubbliche, una mutazione profonda, riuscendo ad essere un sempre piu pedestre e slavato e generico italiano ritradotto. La rozza, ingenua, e magari divertitamente balorda, fraseologia d’un tempo che non torna e andata a poco a poco smarrendosi nel tumulto dei segni rinnovati e importati, come il fil d’acqua dello uèbi nell’ ardore delle sabbie sòmale, o sirtiche. Altri modi e forme e disposizioni conoscitive sono potuti insorgere, nuovi atteggiamenti gergali per nuove occorrenze espressive: la rivoluzione meccanica: una precipitosa trasformazione del costume: il pandemonio della stoltezza smargiassa: la verbosità epimeteica nel mare delle sciagure.
Per riprendere il filo del ragionamento, ancora quand’io ero ragazzo sarebbe riuscito poco probabile far dire, a un contadino della campagna milanese: «E difficiIe rimuovere quella lapide ». li poveraccio sarebbe rovinato al suolo come corpo morto, fulminato da trombosi. O avrebbe scansato la trombosi aggirando i tre inespugnabili dàttili con una schiera di anapesti-giarnbi: «A l’e on brütt mestée de trapanà scià quel sass». «Come sei pallido!» si diceva, «come te se smort! »: «impallidire», «vegnì smort ». Oggi, forse, potrete udire: «come te se pàlit ». L’ aggettivo «facile », veniva espresso per lo più con la modulazione perifrastica: «a l’ê sübet fàa» (contado milanese): l’aggettivo «difficile» con l’altra, non meno circonlocutoria: «a l’ê on catif fà », «e un cattivo fare ».
Un garzone dell’impresa Garbagnati e Pirovano vedendo piazzato e oramai fermo, dopo oscillazioni paurose, un altissimo traliccio (una mezza torre Eiffel) che eravamo riusciti a sollevare e ad erigere col sussidio solo d’una capra, d’un paranco, e di tre o quattro «venti», mi bisbigliõ pensosamente ad orecchio: «gh’ê ‘ndàa post i oss»: frase dialettale, certamente, e pure apprezzabile da tutti i maestri del dire che impíegano otto pagine per non dir nulla.
Reluttanza al dàttilo. Noi udiamo invece il toscano serbare con amico animo e cogliere agevolmente le sdrucciole, tesoreggiarle nella glottide, liberarle serenamente all’àere quando opportunità ne richieda: opportunítà … cioè un finissimo senso musicale, nella dizione spontanea. Il toscano non le disdegna, anzi a tutt’oggi ne crea, e ne immette via via di nuove neI magma fonetico, allorché gli sembra che la lega (o impasto, o misceIa) deI discorso, fatto di tronche-piane-sdrucciole vada troppo impoverendosi di codeste ultime o delle «figure prosodiche» che le contengono. Egli dirà pertanto o preferirà dire mutolo, ràgnolo, formicola, conígliolo, e accanto a macro e magro userà màghero il popolino: e storcerà verso un fittizio neutro plurale di terza declinazione latina i sostantivi di seconda, foggíando sui modelli còrpora e tmpora del calendario liturgico gli erronei e tuttavia deliziosi pràtora, càmpora e luógora, antico lòcora: per prata, campos, locos.
Si e accennato ad una disconformazione dell’os barbarico (gallico) neI confronto con l’esito latino deI vocabolo. Non e escluso che Ia causa o almeno la motivazione di una generale riluttanza al dàttilo, di un endemico «terrore deI dàttilo » o «ribrezzo deI dàttilo», abbia radiei piü profonde, abbarbicate alla zona psicologica della persona, della gente, anziché alla sola zona glottologica. Il barbaro, venuto o costretto al paragone con la favella romana (oggi con la fiorentina), al riscontrare l’impossibilità della imitazione esatta, deI rifaeimento immediato (fonetico, lessicale, sintattico) di codesta favella, «entra» in uno stato di rivendicazione della propria entità e libertà (etnica e linguística): si domanda, in altri termini, perché Ia favella di Roma debba essergli imposta, perché gli dei o l’Eterno Giove abbiano concesso codesto privilegio agli uomini pallidi che hanno trasgredito oggi il Po, che hanno testé dedotto colonie latini nominis a Cremona e poi a Lodi, che hanno, per decreto di uno strabico, conceduto o conferito il diritto latino dei tributi, della coscrizione obbligativa, delle leggi alle vecchie stirpi confederate dei galli insubri dai bargigli scarlattí, dalla lunga persona dinocchiata, daí capelli rossi, dal naso di cane. A quelle stirpi le cui urla avevano riso nato all’Allia all’assalto, e si erano spente a Telamone, a Casteggío e al Metauro. E probabile che le sdrucciole trisillabe degli accusativi militari latini si ano state udite le prime volte a Telamone e a Casteggio e al Metauro, al Chiese, nella polvere e neI tumulto feroce della battaglia, o nella primavera del 222 ad Acerrae, a Milano: militem, consulem, ordinem, cardinem: che allo sgomento della occupazione militare e alla consegna delle intextae (i liberi vessilli della clamorosa libertà) si sia unito per sempre l’ orrore di un comando dattilico, impartito nel silenzio da chi era solitamente muto alla testa della muta legione. Questo che oggi qualunque cicaletta chiamerebbe «il complesso celtico di inferiorità» nel confronto con la parlata e con la prevalenza latina, e stato forse il motivo segreto e remoto di un recuperarsi delle tonalità galliche, delle cadenze ossitone, dentro la cittadella inespugnata del linguaggio: di un linguaggio di popolo. Il contenuto semantico della parola e del discorso ha dovuto disciplinarsi a un’osservanza collettiva e pubblica, ufficiale e curúle, Il tono, l’ímpeto, il flatus e rimasto libero patrimonio dei liberi.
«Ml voeuri pensà con Ia mia testa». « Mí son vün che bisogna lassà bül in deI sõ broeud». «I me danée me piasen a mì ».
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